lunedì 29 novembre 2010

Torino “Turin” – Itinerario 3/3 – Verso la Collina seguendo il fiume Po

A Torino Nella seconda metà del ‘600, l'architetto Amedeo di Castellamonte progettò il secondo ampiamento lungo la contrada di Po, estendendo la città verso il fiume e la collina. L'attuale via Po collega Piazza Castello e l'antico ponte sul fiume in Piazza Vittorio Veneto con un andamento obliquo rispetto alle strade attorno, tracciate secondo lo schema ortogonale di origine romana. La via venne terminata nel 1720.

    Si può apprezzare l’uniformità e la regolarità degli edifici, con il piano nobile ben in evidenza ed i portici spaziosi, che rendono la via una delle più belle ed eleganti di Torino. Divenne uno dei luoghi preferiti dai torinesi per le loro passeggiate, specialmente per il re. Egli fece costruire delle terrazze che congiungono le diverse isole in modo da arrivare da Palazzo Reale , passando per il Teatro Regio , fino al fiume sempre con un tetto sulla testa. Infatti si può notare che le terrazze di raccordo furono costruite sul lato sinistro e non sul lato destro della via.

Sistemato vicino alla Reggia, alle principali sedi universitarie e ai ministeri, in via Po n.6, il Caffè Fiorio , inaugurato nel 1780, era frequentato dai membri del governo, da aristocratici, da alti ufficiali e dalla ricca borghesia: il principe della Cisterna, Solaro della Margherita, Giacinto Collegno, Perrone di San Martino, Cesare Balbo, i Larione Petitti di Roreto, Giovanni Prati, Santorre di Santarosa, Alfonso Lamarmora, Camillo di Cavour da giovane. Tra i suoi frequentatori c'erano anche l'ambasciatore inglese Sir James Hudson, Angelo Brofferio e Federico Nietzsche. Carlo Alberto vi mandava quotidianamente i suoi informatori perché gli riferissero l'opinione della gente.

Al Fiorio si leggevano i giornali, che tutti i giorni arrivavano da ogni parte d'Italia, si discuteva su fatti pubblici e privati e si giocavano ai dadi o alle carte somme molto ingenti. E' abbellito dagli affreschi e dalle pitture di Gonin e Morgari, purtroppo danneggiati nel corso dell'ultima guerra.

Durante la sua storia centenaria, il Caffè che porta ancora il nome dei suoi primi proprietari "Fratelli Fiorio", fu anche chiamato il caffè dei "Codini e dei Macchiavelli" perché la sua clientela esprimeva idee moderate; "Caffè Radetzky" perché frequentato per lo più da reazionari contrari alla ripresa delle ostilità con l'Austria, infine "Confederazione Italiana". Tale denominazione durò parecchi anni, fino alla fine del secolo, allorché il Caffè riprese il suo nome primitivo.

Al n.6 di via A. Albertina a Torino si trova "L'Accademia Torinese dei Pittori, Scultori e Architetti", istituita dalla Madama Reale nel 1678 e sistemata in questo palazzo, donato da Carlo Alberto, nel 1833. L'Accademia Albertina ebbe un ruolo importante nella cultura artistica italiana dell'800; dal 1869, per ben 13 anni, il grande pittore Antonio Fontanesi vi insegnò paesaggio.

Al n.8 della stessa via ha sede la Pinacoteca dell'Accademia , preziosissima raccolta di opere di Gaudenzio Ferrari, Filippo Lippi, Martino Spanzotti, Luca Giordano, Mattia Preti, Luca Cambiaso.

    Sempre in via Accademia Albertina, al n.17, segnaliamo il Museo di Antropologia ed Etnografia , che raccoglie reperti unici al mondo utili per uno studio sulla storia dell’uomo. Sono da menzionare i calchi originali rupestri della Val Camonica.

    Ritornando in via Po, al n.16 troviamo la Chiesa di San Francesco da Paola , che è stata edificata da Amedeo di Castellamonte, a partire dal 1633, per volere di Madama Cristina in seguito ad un voto per avere figli maschi (ne ebbe due). Il suo carattere di Chiesa Reale è indicato anche dallo stemma sulla facciata che accosta la croce sabauda di Vittorio Amedeo I e i gigli di Cristina di Francia. Il grandioso altare maggiore, disegnato da Amedeo di Castellamonte, è anch'esso dominato dallo stemma sabaudo con i gigli di Francia e dalla dedica a S. Francesco da Paola da parte della Madama Cristina. La pala raffigura la Gloria di S. Francesco. In sacrestia si conservano armadi barocchi particolarmente interessanti e dipinti di Bartolomeo Guidobono.

    Annessa alla Chiesa troviamo, al n.18, l’antico Convento dei Minimi che presenta una facciata priva di balconi perché l’austera regola dell’Ordine non permetteva ai religiosi di osservare lo spettacolo del traffico della città.

    Giunti al n.24 si può percorrere il curioso vicolo Federico Ozanam. Qui, dopo il 1770, fu costruito un teatro chiamato "Del Gallo" e successivamente ribattezzato "Sutera" (1792). Il teatro venne più volte incendiato e ricostruito, ma nel 1943 fu distrutto completamente dai bombardamenti.

    Per quanto riguarda il lato sinistro di via Po, segnaliamo al n.3 l’antica gioielleria "Musy". Luigi Musy, già orefice della Real Casa, nel 1817 aprì questa bottega, facendo realizzare dall’ebanista Andrea Perrelli lo splendido arredo in legno di noce, marmo nero e ottone.

    Al n. 17 il Palazzo dell’Università, opera di Michelangelo Garove (1713). Il cortile, quasi quadrato, che è stato realizzato da Giovanni Antonio Ricca nel 1714, ha un doppio loggiato in pietra di Gassino ed è abbellito da statue di Ignazio e Filippo Collino. L’ingresso di via Po è chiuso da un cancello in ferro battuto disegnato da Filippo Juvarra. Oggi ospita gli uffici di alcune facoltà universitarie.

    Sul lato sinistro della vicina via Verdi si trovavano nei secoli passati istituzioni di grande rilievo, ormai scomparse: l’Accademia Reale, la Cavallerizza e la Zecca.

    All'angolo con via Montebello, incontriamo quel che rimane del Teatro di Torino, progettato nel 1857 dall’ingegner Giuseppe Bollati, e distrutto dai bombardamenti.

    A poca distanza, in via Rossini, si trova l’Auditorium della RAI, di Carlo Morbelli e Carlo Mollino, inaugurato nel 1952.

    Il Museo della radio e della televisione  è alloggiato in via Verdi 16, all’interno del nuovo palazzo della RAI. Sono esposti in questo museo circa 5000 pezzi d’epoca disposti in tredici vetrine. Sono presenti i prototipi degli apparecchi televisivi risalenti al 1928, i primi apparecchi telegrafici a due aghi usati nel Regno di Sardegna nella seconda metà dell’Ottocento, il primo microfono usato in Italia nel 1924, un fonografo Edison del 1902 e la riproduzione della trasmittente-ricevente costruita da Guglielmo Marconi.

    L’insieme dei materiali esposti ci permette di ricostruire tutte le fasi e le trasformazioni avvenute, dall’invenzione della valvola alla costruzione del ricevitore, nella tecnologia radiofonica. A Torino la radio ha avuto il suo primo e grande sviluppo e in questa città ha avuto sede l’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) fino ai primi anni Cinquanta.

altRitornando in via Po, ai numeri 29 e 37, troviamo il Palazzo degli Stemmi, antico "Ospedale dei Poveri" costruito nel XVII secolo. E’ così chiamato perché sulla facciata sono allineati 27 stemmi in stucco (uno per ogni arcata di portico), appartenenti ai benefattori che finanziarono la costruzione di questo edificio adibito alla protezione e all’educazione dei ragazzi abbandonati. Nel 1984, durante i lavori di ristrutturazione, crollarono improvvisamente tutte le strutture interne, lasciando intatta la sola facciata seicentesca.

    Al n.39 il Palazzo dei Conti Prunas-Tola: uno splendido portone conduce ad un cortile da cui si può ammirare la Mole Antonelliana.

    La costruzione della Mole Antonelliana  (via Montebello, 20) iniziò nel 1863, ma i suoi lavori terminarono molti anni dopo, anche grazie all’aiuto del figlio di Alessandro Antonelli, Costanzo.

    Questo monumento inizialmente rappresentò una sfida per l’Antonelli, dati i nuovi materiali che intendeva utilizzare e le innovazioni introdotte dal progetto. Infatti l’Italia, rispetto alle altre nazioni europee, era molto in ritardo nei confronti della diffusione dell’industrializzazione, inoltre i costi necessari per la realizzazione del monumento erano molto alti. Ma Antonelli decise che l’opera poteva essere realizzata anche con materiali meno costosi come pietra, cemento e mattoni.

    L’occasione arrivò quando la comunità israelitica, che aveva comprato un appezzamento di terreno, dopo aver esaminato diversi progetti per la costruzione della nuova Sinagoga, chiese aiuto ad Antonelli ed un suo parere tecnico. L’architetto propose una Sinagoga con sotterranei e spazi adibiti a scuola ed amministrazione, e al posto del consueto intreccio di elementi metallici e vetro si progettò una volta in muratura più economica.

    Nel 1863 cominciarono i lavori ma, con il passare del tempo, Antonelli volle trasformare il progetto iniziale in qualcosa di più grande: desiderava infatti che la Sinagoga, simbolo dell’emancipazione ebraica, fosse anche tecnicamente una sfida ed un superamento del passato e della tradizione.

    L’altezza dell’edificio era inizialmente di 47 metri ma, con le trasformazioni alla base del monumento ed una cupola (introdotte nel 1867), divenne di 113 metri e mezzo. Purtroppo la stravaganza del progetto e la mancanza di soldi per realizzarlo bloccarono i lavori per dieci anni. Nel 1877 il consiglio comunale decise di acquistare il monumento, così la costruzione potè ricominciare. L’Antonelli volle aumentare l’altezza della Mole Antonelliana anche perché avrebbe dovuto accogliere al suo interno il Museo Nazionale dell’Indipendenza Italiana.

    Nel 1887 una scossa sismica chiarì quali fossero le parti da rinforzare e l’Antonelli, con l’aiuto del figlio Costanzo, riuscì a restaurare l’opera. Ma nel 1888 morì, lasciando al figlio il compito di concludere la costruzione. La Mole ultimata era alta oltre 163 metri ed era diventata così l’edificio in muratura più alto d’Europa. L’interno fu decorato dal Rigotti.alt

    Nel 1904 crollò il genio alato, posizionato in cima alla costruzione e simbolo della dinastia sabauda, sostituito in seguito da una stella. Nel 1953 la guglia con la stella fu abbattuta da un uragano e ricostruita otto anni dopo in acciaio e cemento armato, ma con la parte esterna sempre in pietra. Così il monumento divenne alto 165,15 metri. Ancora oggi rimane il simbolo di Torino e di una sfida che l’Antonelli portò avanti fino alla fine dei suoi giorni.

    Per la sua posizione e per la sua altezza, salendo con l’ascensore sulla terrazza è possibile osservare all’esterno il panorama della città ed i vari interventi di rafforzamento della struttura all’interno.

    Esteriormente la Mole è costituita da un massiccio basamento quadrato decorato da finestre e colonnine. Si accede all’ingresso, sormontato da un pronao a forma di tempio greco, mediante due rampe di scale sistemate a destra e sinistra simmetricamente.

    Sopra si innalza una cupola fortemente slanciata verso l’alto e costituita da quattro facce trapezoidali incurvate, appoggiate, all’interno, ad un’elegante e funzionale struttura di costoloni incrociati. Poi è impostata una specie di "gabbia da grilli", con un doppio ordine di colonne e quattro frontoni, che costituisce il punto di osservazione panoramico sulla Torino sottostante.

    In alto la sottile guglia a più ordini sottolinea ancora lo slancio ascensionale e il riferimento all’arte gotica, che, unita all’influenza del neoclassicismo, esprime in modo evidente lo stile eclettico diffuso all’epoca. Questo monumento accolse per molto tempo il Museo del Risorgimento , poi divenne sede di mostre temporanee e attualmente è in corso la sistemazione per accogliere stabilmente il Museo del Cinema.

    La Casa Antonelli (via Giulia di Barolo, 9), costruita nel 1840 da Alessandro Antonelli, (detta comunemente "fetta di polenta" o "ferro da stiro") deve la sua curiosa forma triangolare ad una sfida portata avanti dall'architetto. Infatti il terreno, a forma di triangolo stretto, sul quale sorge il palazzo, era di sua proprietà, ma il comune aveva deciso per l'espropriazione, in quanto si pensava che la forma e le limitate dimensioni dell'appezzamento non permettessero l'edificazione di una costruzione. Antonelli decise, come sfida, di costruire un'abitazione, dimostrando così di essere in grado di sfruttare al massimo la superficie edificabile.

altLe insolite dimensioni, 27 metri per la facciata principale, 4 metri sul Corso S. Maurizio e solo 70 centimetri sul lato opposto, fanno di questa casa una vera curiosità di Torino. La "fetta di polenta", che occupa in altezza poco più di 23 metri, diventa, nel progetto dell'architetto, un edificio di sei piani (e ciò fu reso possibile da una serie di ammezzati che riducono l'altezza dei soffitti) con 17 balconi e 2 cantine.

Altra peculiarità della casa è quella di possedere due passaggi segreti sotto le cantine, negli "infernotti". Un passaggio conduce in un tombino in mezzo a via Giulia di Barolo, l'altro si collega alla casa, sempre dell'Antonelli, posta in via Vanchiglia, all'angolo con via Verdi e Corso S. Maurizio, pure essa di forma triangolare e, fino alla seconda metà del secolo scorso, sede del famoso "Caffè del Progresso".

    La costruzione presenta una crepa sulla parete che la unisce all'edificio che l'affianca, che è di costruzione moderna, ed evidenzia, insieme alla Mole, l'arditezza dell'Antonelli che, in un'epoca in cui non si usavano ancora le moderne tecniche costruttive (es: cemento armato), osa realizzare progetti quasi impossibili, dati i materiali a disposizione nella sua epoca.

    Una piccola curiosità sta nel fatto che a causa della sua struttura particolarmente stretta, in caso di trasloco, i mobili devono essere trasportati fuori dalla finestra e così anche le bare in caso di funerali.

    Nella "Fetta di Polenta" abitò, oltre all'Antonelli che si installò per quattro anni negli ultimi due piani con tutta la famiglia, anche Nicolò Tommaseo, ricordato da una lapide.

    Il "Caffè del Progresso", voluto dal marchese Carlo Emanuele Birago di Vische, fu invece costruito come "covo" per i "carbonari". Infatti l’apparenza confortevole e di "locale di svago", espressa dal bar e dalle salette di biliardo, nascondeva in realtà due passaggi segreti che terminavano uno sotto Palazzo Madama ed uno vicino al Po, lungo gli attuali "Murazzi".

    Il bar fu conservato da Alessandro Dalmazzo che curò gli arredi come la poltrona preferita da Crispi e le strutture. Ma dopo la sua morte venne chiuso. Adesso è coperto da un edificio.

    Ritorniamo in via Po e al n.43 il Palazzo Tarino, sede della "Famija Turineisa", società fondata nel 1925 con lo scopo di allestire manifestazioni culturali d’interesse storico e folcloristico.

    Al n.45/A, troviamo la Chiesa dell’Annunziata , costruita in forme barocche da Carlo Morello nel 1650. Fu abbattuta nel 1914 e il Comune la ricostruì più a ponente. Nell’attuale edificio si possono ammirare opere d’arte della primitiva chiesa come l’Altare Maggiore, disegnato dallo Juvarra, il Pulpito ed il Coro.

    Tra i pilastri dei portici, al n.55, si possono vedere due colonne, unico ricordo della Chiesa seicentesca dedicata a S. Antonio Abate.

    Al n.53bis l’Archivio Storico e Museo Italgas , che conserva una cospicua serie di documenti e di cimeli. Una sorta di "memoria storica" della Società Italiana per il Gas nata a Torino nel 1837 con il nome di "Compagnia d’illuminazione a gaz per la città di Torino".

    Al n.57 troviamo il Palazzo del Marchese Trotti. Il portone è sormontato dalla Croce di San Maurizio e una lapide, infissa nell'androne, ricorda che qui abitò il pittore Antonio Fontanesi. Questo palazzo è sede della Fondazione Accorsi che accoglie un'esposizione permanente d'arredi del Seicento e del Settecento, provenienti dalla collezione di Pietro Accorsi, noto antiquario torinese.

    Il nome di Accorsi è molto noto a Torino. Pietro Accorsi divenne autore di "colpi memorabili" ed esponente di uno stile nell’arredamento che ha improntato di sé gli arredi delle più facoltose famiglie torinesi negli anni ’30. Il "gusto Accorsi" rappresenta il trionfo del mobile e del decoro settecentesco, dal barocco neoclassico, nelle sue espressioni più raffinate.

    L’antiquario fu uno dei maggiori "fornitori" del Museo Civico di Palazzo Madama . Accorsi era riuscito ad assicurarsi a Milano, la superba collezione di famiglia: la Biblioteca e altre preziose opere d’arte. Il tutto era destinato ad arricchire in modo eccezionale le collezioni di Palazzo Madama. Ma l’intervento personale di Mussolini mandò a monte l’affare.

    La creazione più bella di Accorsi è la Fondazione che porta il suo nome, con il museo costituito da settemila pezzi. La Fondazione Accorsi svolge anche un’attività di studi e di ricerca sulla storia dell’arte, in particolare delle arti decorative.

    Giunti alla fine di via Po si apre la visione di Piazza Vittorio Veneto, su cui domina scenograficamente la chiesa della Gran Madre di Dio, la verde collina, con il promontorio del Monte dei Cappuccini e la bellissima seicentesca Villa della Regina.

    La Villa della Regina che sorge sul declivio collinare, in corrispondenza del ponte della Gran Madre sul Po, si chiamava in un primo tempo Vigna di Madama Reale. Edificata per volere del cardinale Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I, nel 1617, ebbe forse i primi disegni da Ascanio Vitozzi, ma, attorno alla metà del Seicento, la residenza venne edificata da Amedeo di Castellamonte.

    Un secolo più tardi Agliandi di Tavigliano, un continuatore dello Juvarra, realizzò delle modifiche alla costruzione.

    La denominazione attuale è dovuta al fatto che la Villa fu a lungo residenza della regina Anna d'Orléans, moglie di Vittorio Amedeo II.

    L'accesso alla Villa, da una bella cancellata, permette la visione scenografica di un bel laghetto, circondato di statue, attorno al quale si sviluppano gli scaloni arcuati che portano alla palazzina, dall'andamento elegante e semplice insieme.

    L'andamento rettilineo della facciata è movimentato dall'aggetto di due corpi laterali e dall'avanzamento del corpo centrale a tre ordini, con portali e finestre ad arco. In alto, una balaustra con statue corona la parte centrale.

    Il complesso comprende, nella zona retrostante, varie terrazze con giardini, elementi architettonici e statue, ambiente adatto ad accogliere gli "ozi" spensierati del mondo aristocratico.

    Piazza Vittorio Emanuele, detta poi Piazza Vittorio Veneto, sorse tra il 1825 e il 1831 su un'area alberata, su disegno dell'architetto Frizzi, nato nel 1797 a Minusio, presso Locarno, e laureato a Torino, il quale riprese l'andamento dei palazzi della via Po sulla quale si innesta la piazza assunse l'aspetto di un ingresso monumentale per la capitale, con dei palazzi prestigiosi dotati di ampi porticati. L'architetto riuscì a nascondere, con il progressivo digradare delle case, il dislivello di sette metri, dalla fine di via Po al ponte.

    E' una delle più vaste piazze torinesi e fu in questo spazio che, alla fine del 1832, avvenne il primo esperimento di illuminazione a gas, al Caffè Biffi, all'angolo di via del Corso, attuale via Bonafous. Dismesso il caffè, in una saletta del piano superiore al negozio di pianoforti, nel 1928 ebbe avvio la prima trasmissione radiofonica italiana.alt

    In Piazza Vittorio Veneto il 27 febbraio del 1848 si tenne una grande manifestazione di giubilo in seguito all'annuncio di Carlo Alberto della concessione della Carta Costituzionale.

    Sotto i portici della piazza sorgono alcune farmacie storiche: la farmacia chimica Algostino e Demichelis al n.10/a (bellissimi i mobili antichi dell’interno, simili ad un piccolo salotto) e la farmacia Operti, n.11, dal bel portale.

    Tra le vie che percorrono il "Borgo Nuovo", nato all'inizio del secolo scorso, la più seducente e ben conservata è Via della Rocca, progettata nel 1825 e così battezzata da un'antica rocca di difesa che sorgeva nei pressi. Qui si trovano alcuni tra i più begli esempi di palazzi neoclassici della città, con ampi cortili nati per le carrozze ed ora abitati da antiquari, artigiani e galleristi.

    Poco distante, in via Giolitti, 38 incontriamo l’Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista. Il grande edificio, conclude nel 1860 la cospicua attività di Amedeo di Castellamonte. Tre anni dopo l'inizio dei lavori il Castellamonte morì e l'opera fu portata avanti dall'allievo Francesco Baroncelli, che era anche direttore dei lavori del Palazzo Carignano.

    Fu fin dai primi tempi un'opera ispirata a criteri di funzionalità, che hanno retto fino a tempi non lontani, anche se nel frattempo era sorto il nuovo complesso dell’Ospedale Molinette.

    La tradizione ricorda che l'Ospedale di Torino è intitolato a San Giovanni perché intorno al Mille un canonico del Duomo di S. Giovanni incominciò a ricoverare infermi e poveri nel campanile dell'edificio sacro.

    In via Mazzini, angolo via S. Massimo, sorge la Chiesa di S. Massimo, un altro monumento del raffinato stile neoclassico torinese e uno degli edifici più imponenti del Borgo Nuovo. L’opera è dell’archietto Sada (1863) e la volta è stata affrescata da Paolo Emilio Morgari. Gli interni presentano dipinti di Francesco Gonin, Andrea Gastaldi e Federico Guarenghi

    Seguendo via della Rocca, incontriamo Piazza Maria Teresa, dedicata alla vedova di Carlo Alberto che si ritirò nel Palazzo Ponzio a trascorrere gli ultimi anni della sua vita. Al centro si trova il piccolo monumento a Guglielmo Pepe, opera di Stefano Butti del 1858.alt

    Tornando vicino al Po osserviamo il ponte di Piazza Vittorio, che risale all' XI secolo; costruito in legno, fu più volte abbattuto dalle inondazioni e ricostruito. Fu teatro di guerre e dissidi tra comuni, poi nel XVIII secolo un’inondazione fece diroccare i quattro archi: e lo si può intravedere nel quadro di B. Bellotto, dipinto nel 1745, oggi alla Galleria Sabauda.

    Quando Napoleone nel 1807 visitò Torino, volle donare alla città un solido ponte in pietra che fu disegnato dall’ingegnere Pertinchamp. La prima pietra fu posizionata il 22 novembre 1810 dal principe Camillo Filippo Lodovico Borghese, marito di Paolina Bonaparte e governatore del Piemonte. Il cannone annunciò la partenza del principe, nello stesso momento la pietra venne caricata su un carretto decorato. Quando arrivò sotto l’arco, il principe diede ordini al Generale Prefetto il quale gli consegnò una scatola di cedro che conteneva due placche di metallo con iscrizioni latine e francesi e monete battute sotto il regno di Napoleone. La scatola fu sotterrata sotto il pilastro del ponte con cerimonia seguita da discorso e durante la serata il cielo di Torino fu illuminato da fuochi che disegnarono, con vaghi effetti di luce, la sagoma del nuovo ponte.

    Quando Vittorio Emanuele I rientrò nei suoi stati, passò per la prima volta sul ponte da poco costruito e, a sue spese, realizzò i quattro murazzi per il proseguimento del lungo Po. Il ponte rischiò di essere distrutto perché opera di Napoleone ma, grazie all’intervento di Vittorio Emanuele fu salvato, anche se la sua architettura venne più volte mutilata nella parte decorativa.

    Con il progetto per la "tranvia" del 1876 la Commissione decise di concedere l’abbattimento delle spallette in pietra, ponendo al posto una ringhiera in ferro, la quale fu intitolata a Vittorio Emanuele I, ma la struttura conservò sempre il soprannome di "ponte in pietra". Questo ponte è simbolo della storia di Torino e cela tra le acque del Po il dono di un imperatore alla città dei re.

    Oltre il Po, si impone al nostro sguardo la grandiosa chiesa della Gran Madre di Dio  che sorge nella piazza omonima lunga 360 metri e larga 111. Quando Vittorio Emanuele I tornò a Torino dopo la caduta di Napoleone, il Municipio decise di erigere un monumento per commemorare l'avvenimento. Il Tempio avrebbe ricordato ai suoi sudditi che il potere del sovrano derivava da Dio e, ogni anno, sarebbe stata ricordata la data del suo ritorno con solenni funzioni e con la distribuzione di pane ai poveri.

    Il Municipio incaricò del progetto del Tempio due famosi architetti: Ferdinando Bonsignore e Gaetano Lombardi. Bonsignore aveva studiato all'Accademia di Belle Arti a Firenze ed era arrivato a Torino dove era diventato molto celebre. Egli si distinse per la presentazione di sette disegni impostati sul tema a pianta centrale e tra questi ne scelse uno dalle linee neoclassiche. Una base con scalinata avrebbe sostenuto un edificio ispirato al Pantheon di Roma. Questo monumento era molto conosciuto dal Bonsignore, che aveva trascorso un periodo di formazione nell'Urbe, occupandosi in modo particolare delle architetture antiche.

    Quando i Savoia ritornarono mantenne i suoi incarichi e il 23 luglio 1818 partecipò alla solenne cerimonia con cui fu sistemata la prima pietra della chiesa, dedicata alla Gran Madre di Dio. La chiesa era molto attesa dai fedeli della zona poiché era stata distrutta la parrocchia dedicata ai santi Marco e Leonardo. Però solamente nel 1827, mentre regnava Carlo Felice, iniziarono gli scavi delle fondamenta e l'inaugurazione fu tenuta dal nuovo sovrano,Carlo Alberto, il 20 maggio 1831.

    Il tempio della Gran Madre di Dio si staglia ai piedi della collina in tutta la sua monumentalità classica. Lo scalone che conduce al tempio è affiancato da due statue di Carlo Chelli di Carrara. A sinistra, la statua della Fede, con accanto un angioletto, regge le Sacre Scritture e alza il calice dell'Eucarestia, che simboleggia il sacro Graal. A destra la statua della Religione, che impugnava una croce con la mano destra, ora amputata, indica le tavole della legge sorrette da un angelo; la tiara appoggiata a terra, rappresenta tristi momenti per il papato.

Torino, Gran Madre di Dio

Nel timpano triangolare del pronao emerge la figura della Madre di Dio, che, mentre regge il bambino Gesù, riceve l'omaggio dei decurioni della città. La facciata, costituita dal pronao che si innesta nel corpo cilindrico della chiesa è caratterizzata da sei colonne e si ispira al Pantheon. La rifinitura del corpo circolare fu compiuta entro il 1830, la calotta della cupola fu rivestita in piombo e si diede inizio alla decorazione scultorea all'interno che è ritmato in toni bianchi e grigi, con decorazioni e sculture neoclassiche.

    Il tamburo della cupola presenta quattro bassorilievi dedicati a episodi della vita della Vergine. Il contorno dell'aula è delimitato da quattro colonne dai capitelli corinzi e nicchie con statue.

    Sull'altare maggiore è collocata la scultura della Madonna con il Bambino di Andrea Galassi.

    Ai piedi della scalinata della chiesa la statua di Vittorio Emanuele I, opera di Giuseppe Gaggini, è stata sistemata nel 1885 di fronte al ponte.

    Il campanile della chiesa si innalza su un edificio staccato, di proprietà dei sacerdoti, nel lato meridionale della piazza dedicata alla Gran Madre di Dio. La chiesa è uno dei simboli più significativi della città neoclassica.

    Da oltre quattrocento anni un piccolo poggio situato al di là del Po ospita sulla sua sommità una comunità di frati cappuccini, con la loro chiesa e convento. Questa presenza è così familiare ai torinesi che il Monte, la chiesa e il convento sono designati nel linguaggio comune con un unico nome, "i Cappuccini" .

    In epoca medievale, sul poggio sorgevano una chiesa, intitolata a Santa Maria, e una fortificazione in legno, pietra e terra, la "Bastita" che proteggeva un ponte mobile d’accesso alla città. In seguito il ponte venne spostato più a valle, e la "bastita" perse la sua funzione di difesa strategica. Il Monte e i suoi beni passarono in proprietà feudale fino a quando il duca Carlo Emanuele I ne fece acquisto per provvedere i cappuccini di una dimora adeguata. Carlo Emanuele I era particolarmente interessato alle sorti dell’ordine in quanto i cappuccini erano protagonisti di un’intensa attività missionaria antiprotestante.

Torino, Monte dei Capuccini

    Sul Monte di Torino i cappuccini edificarono rapidamente il convento ma continuarono a officiare nell’antica Chiesa di Santa Maria in quanto la costruzione della nuova chiesa, che doveva sorgere dalla trasformazione del preesistente edificio della "Bastita", si protrasse per oltre cinquant’anni, fino alla costruzione della nuova Chiesa.

    L’architetto Ascanio Vitozzi conferì alla struttura del nuovo edificio un’impronta stilistica vicina al gusto barocco. Dopo la morte del Vitozzi la sua opera fu ripresa da Amedeo e da Carlo di Castellamonte.

    Nel Settecento, il convento e la chiesa furono oggetto di restauri e abbellimenti. Assistenza agli infermi e predicazione erano i campi di azione dei cappuccini. Durante il periodo francese l’ordine fu soppresso e i religiosi furono allontanati dal Monte, mentre la chiesa e il convento, venduti a un privato, furono trasformati in collegio.

    Con la Restaurazione i cappuccini, grazie alla protezione regia, fecero ritorno al Monte e ripresero la loro opera di assistenza agli infermi. L’insediamento cappuccino fu nuovamente disperso a seguito dell’esclusione del convento dai beni della corona e della legge Rattazzi per la soppressione degli ordini religiosi.

    Nel 1874 il Club Alpino Italiano fece richiesta al Comune di stabilire sul Monte una vedetta alpina e un osservatorio, e di occupare con una propria sede un’ala del convento, spazio attualmente dedicato al Museo della Montagna.

    All’inizio del Novecento i cappuccini, ottenuto il convento in affitto dal Comune, tornarono sul Monte, dove sono presenti tuttora.

    La Chiesa di Santa Maria al Monte, costruita su base ottagonale, con inscritta una croce greca, semplicissima e armonica, adorna di lesene con capitello corinzio, si lega naturalmente con l'ambiente, quasi a formare un completamento del colle.

    Si accede al portale lineare tramite una bella scalinata e il primo ordine della costruzione è costituito da corpi sporgenti ad arco dal nucleo centrale; originariamente la chiesa era coperta da una cupola, che doveva conchiudere la cappella con maggior leggerezza dell'attuale tamburo ottagonale, che sostiene una copertura piramidale e un agile lanternino.

    Nell’interno della Chiesa è particolarmente rilevante il solenne gruppo dell’Altare Maggiore, disegnato da Amedeo di Castellamonte, e impreziosito dal tabernacolo floreale. L’arredo marmoreo delle cappelle destra e sinistra è stato disegnato da Carlo di Castellamonte. Il coro è ornato da dipinti, tra i quali spicca una grande tela seicentesca che riproduce il celebre affresco dell’Annunciazione del Santuario della Santissima Annunziata di Firenze.

    Il Museo della montagna  nacque nel 1874 ed è stato aperto al pubblico dal 1978, dopo un lungo restauro. Situato sulla piazzola del Monte dei Cappuccini, il museo è composto da dodici sale, più una veduta delle Alpi Occidentali, dal Monviso fino al Monte Rosa.

    Il museo si articola nei seguenti settori: l'alpinismo nelle sue manifestazioni storiche, tecniche, esplorative, artigianali ed artistiche; la montagna nei suoi principali aspetti: le origini, l' "habitat" alpino, l'arte, il lavoro, il turismo e i corpi militari alpini.

    Da Piazza Vittorio Veneto, imboccando Lungo Po Diaz e proseguendo per Corso Cairoli fino a Corso Vittorio Emanuele, si accede all’entrata monumentale del Parco del Valentino  con Arco di Trionfo.

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  Il Parco del Valentino si estende lungo la riva sinistra del Po tra il ponte Umberto I, costruito tra il 1903 e 1907 demolendo l'ottocentesco ponte di Maria Teresa (si tratta di un ponte di interesse artistico per la presenza di quattro gruppi allegorici in bronzo di Luigi Contratti e Cesare Reduzzi) e il ponte Principessa Isabella.

    E’ ancora incerta l’origine del nome: alcuni lo fanno risalire a Valentina, moglie del governatore del Piemonte, bella e virtuosa; altri lo collegano all’età romana ed al martire Valentino, il cui culto era molto praticato in questo luogo.

    Inizialmente il terreno era incolto, poi nel 1864 fu trasformato in parco, grazie al disegno del francese Borillet ed alla messa in opera del giardiniere Guignon. A quei tempi c’era anche un laghetto che d’inverno diventava una pista di pattinaggio per l’alta società.

    Il Parco che occupa una superficie di 550.000 metri quadrati ha ospitato per molti decenni numerose ed importanti manifestazioni pubbliche, tra cui segnaliamo le grandi esposizioni internazionali tra fine Ottocento e i primi trent'anni del Novecento.

    Il Castello del Valentino  è un maestoso edificio trasformato dai lavori di ampliamento ad opera di Carlo e Amedeo di Castellamonte, su volere di Madama Reale Maria Cristina, tra il 1630 e il 1660.

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    Il Castello ha svolto nel Seicento un ruolo storico importante in quanto sede, per alcuni decenni, della corte sabauda, diventando centro della vita politica e luogo di feste e di giochi pubblici. Successivamente è stato abbandonato fino a subire nel corso del tempo un lento ed inarrestabile degrado.

    A metà dell'Ottocento il Castello, dopo varie vicissitudini riguardanti le scelte per la sua utilizzazione che non sempre hanno rispettato o sono state conformi alla sua storia e alla sua bellezza, viene restaurato su progetto di Domenico Ferri allo scopo di adibirlo a spazio espositivo pubblico, ma solo negli ultimi anni trova la sua funzione definitiva come sede prima della Facoltà di Ingegneria e poi di quella di Architettura.

    Il Castello presenta motivi architettonici tipici dei castelli francesi del Seicento, ma la monumentalità barocca e la decorazione ne testimoniano lo stile italiano, visibile anche nella facciata in cotto che prospetta verso il Po.

    Sulla sinistra del Castello troviamo l'Orto Botanico  dell'Università, fondato nel 1729 da Vittorio Amedeo II, dove vengono coltivate piante medicinali ed industriali, per la prima volta aperto al pubblico nella primavera-estate del 1997.

    Più avanti, proseguendo verso il centro del parco, presso la riva del Po troviamo il Castello e il Borgo Medioevale : un originale e scenografico complesso architettonico, che riproduce con minuzie di particolari le caratteristiche degli edifici medioevali. Esso è stato progettato ed ideato come attrattiva culturale e spettacolare in occasione dell'Esposizione del 1884. E' tuttora un esempio notevole e interessante dell'architettura, della decorazione e della vita quotidiana piemontese del Quattrocento.

Superando con cautela il ponte levatoio, sovrastato dalla torre quadrilatera di Oglianico, si accede alla prima piazzetta dove troviamo, a destra, una fontana e un forno e a sinistra la casa dei pellegrini.

    Ai lati della stradina tortuosa che porta al Castello corrono paralleli i portici sotto le cui arcate si aprono numerose botteghe artigianali; ai piani superiori si trovano le abitazioni, costruite in stile medioevale.

    Alfredo D'Andrade, il portoghese, è il coordinatore degli artisti che realizzano la fedele riproduzione di un borgo medievale nella seconda metà dell'800. Nessun elemento è inventato ma tutto copiato da costruzioni realmente esistenti in Piemonte e in Valle d'Aosta.

    Nel Borgo Medievale vengono girati i primi films di "cappa e spada", ma non bisogna paragonare questo luogo ad un set cinematografico: in realtà in questo periodo il patrimonio piemontese è per la prima volta preso in esame e valorizzato.

    Proseguendo, sempre a destra, sorge il castello, che è l'unico edificio del Borgo completo e arredato in tutte le sue parti. E' costruito su pianta simile a quello di Fenis, gli ambienti interni invece si ispirano ad altri castelli piemontesi. La visita è resa suggestiva dall'atmosfera realistica dell'ambientazione e una musica accompagna il visitatore durante il percorso.

    Una ripida e difficile salita porta al Castello e, quindi, al cortile d'onore interno, da cui è possibile ammirare la bella circolarità della struttura. Vi troviamo minuziosamente ricostruiti al pian terreno il corpo di guardia, la cucina e la sala da pranzo; al primo piano la sala baronale con trono, la camera nuziale e la cappella; nei sotterranei vi sono le prigioni.

    Usciti dal Borgo Medioevale e costeggiato il Po si risale la pendenza verso viale Boiardo: a sinistra troviamo la Fontana del 12 mesi, monumentale opera di fine Ottocento con grande vasca contornata da statue.

    La fontana monumentale è costruita impiegando il betón (calcestruzzo rinforzato da ferro). Il fondale roccioso è animato dai quattro gruppi del Po, della Dora, della Stura, del Sangone e sulla balaustra, dai mesi dell'anno, affascinanti statue alle quali lavorarono alcuni tra i migliori scultori del momento. L'architetto che curò la costruzione della fontana è Carlo Ceppi.

Proseguendo a destra c'è il bellissimo Giardino delle rocce, i cui viali attraversano aiuole e ruscelli.

    Il viale termina su un piazzale che si apre su Corso Massimo D'azeglio dove sorge l'imponente statua equestre dedicata al Principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, che fu inaugurato nel 1902. Rappresenta il Principe, molto amato dal popolo, in atto di sguainare la sciabola sul cavallo che sta per inalberarsi. Il gruppo è modellato nel bronzo con maestria dallo scultore Davide Calandra, esperto conoscitore di cavalli: ne è testimonianza la fedeltà anatomica nella difficile rappresentazione dell'animale, eretto sulle due zampe posteriori, in perfetto equilibrio statico. Il basamento è circondato da un altorilievo bronzeo di Lippi da Pistoia, che si esprime con linee, richiamantesi allo stile Liberty, drammaticamente agitate e fortemente chiaroscurate da potenti zone d'ombra. Rappresenta personaggi di Casa Savoia, frammisti a cavalli, armi, stemmi e simboli celebrativi.

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    Sull'asse di Corso Massimo D'Azeglio si affacciano alcuni esempi interessanti di edifici ottocenteschi che attualmente ospitano vari dipartimenti della facoltà di medicina; un palazzo ottocentesco è sede dell'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris.

    A sinistra del monumento ad Amedeo di Savoia c'è il Palazzo di Torino Esposizioni , che è una trasformazione del 1948, ad opera dell'architetto Roberto Biscaretti, del Palazzo della Moda e delle Esposizioni, costruito un decennio prima e distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Il Palazzo è sicuramente un lineare ed imponente complesso unitario di padiglioni espositivi, che comprende anche un teatro stabile per concerti e spettacoli teatrali e un palazzo del ghiaccio. Il salone centrale è stato progettato da Pier Luigi Nervi, il quale impiega pannelli prefabbricati di cemento alternati a vetrate per l'aerea copertura.

    Lo spazio interno ampio e gli arredi fissi ben distribuiti permettono il transito e la visita dei locali, in occasione di saloni internazionali.

    Riprendendo il percorso, in direzione di Corso Massimo D'Azeglio troviamo il ponte Balbis o delle Molinette progettato da Giuseppe Pagano Pogatschnig nel 1928 che porta all'imponente complesso, diviso in padiglioni, dell'Ospedale Maggiore (conosciuto dai torinesi come Ospedale delle Molinette) e fiancheggiato da cliniche universitarie.

    Seguendo il lungo Po nella stessa direzione troviamo l'arteria di corso Unità D'Italia, dove c'è da vedere l'interessante edificio sede del Museo dell’ Automobile , progettato da Amedeo Albertini e costruito nel 1960, che ospita una tra le più importanti raccolte storiche di materiali illustrativi sull'evoluzione delle diverse forme di produzione dell'automobile.

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    Il Museo è ricco anche di una collezione di automobili d'epoca che ricorda i primordi della nascita dell'industria automobilistica sia italiana (soprattutto della FIAT ) che straniera. Notevole è la biblioteca aperta al pubblico, l'archivio fotografico, il centro di documentazione e la collezione di riviste rare sull'argomento.

    Dopo aver percorso la storia dell'industria automobilistica ci dirigiamo, in breve tempo, risalendo via Garessio, a sinistra, in via Ventimiglia dove al numero 145 si trova il Palazzo a Vela , un imponente edificio costruito in occasione della commemorazione del centenario dell'Unità d'Italia su progetto di Annibale e Giorgio Rigotti.

    Risalendo via Ventimiglia, si arriva a Palazzo del Lavoro , capolavoro di architettura contemporanea in cemento armato, acciaio e vetro, con struttura retta da sedici pilastri a fungo, disegnata ed ideata da Pier Luigi Nervinel 1959, sempre in occasione del centenario dell'Unità d'Italia.

    Da via Ventimiglia svoltiamo in Corso Caduti sul lavoro e, attraversando via Genova, ci troviamo di fronte allo stabilimento di Fiat-Lingotto , iniziato nel 1916 e terminato nel 1923, su progetto di Giacomo Mattè Trucco.

    Esso è stato il principale centro produttivo della Fiat-auto tra le due guerre. L'edificio ha rappresentato l'immagine della catena di montaggio in quanto la sua forma, un grande parallelepipedo, organizzava su cinque piani l'intero processo produttivo fino alla verifica definitiva dell'automobile sul tetto, dove era allestita la pista di prova.

    Il complesso ha perso la sua funzione di fabbrica modello, senza riuscire a trovare per alcuni anni una sua identità specifica che non fosse quella di luogo della memoria storica e materiale della fabbrica taylorista.

    Successivamente ristrutturato secondo canoni e soluzioni stilistiche ed architettoniche al contempo conservative ed innovative, ispirate ad un progetto dell'architetto Renzo Piano, il Lingotto è diventato oggi la sede prestigiosa di importanti e polivalenti iniziative culturali e commerciali: i suoi spazi ospitano tra le numerose manifestazioni il Salone del Libro e il Salone della Musica.

    Negli ultimi mesi il Lingotto è tornato ad essere in parte luogo legato al mondo della produzione automobilistica, in quanto è stato scelto dai vertici della Fiat ad accogliere i suoi quadri dirigenziali, in convegni e incontri. Il ripristino dell'intero complesso è un ammirevole esempio del desiderio del mondo torinese di conservare memorie delle costruzioni industriali cittadine, vincolate e restaurate dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte.

    Appena fuori Torino, sull’asse di Corso Unione Sovietica, sorge la Palazzina di Caccia di Stupinigi , progettata nel 1729 da Filippo Juvarra. Essa presenta un nucleo centrale costituito da una grande sala delle feste a due piani, sormontata da una cupola in rame con mansarde; di qui partono quattro gallerie a vetrate, di cui due si prolungano, con andamento vario e scenografico, nel paesaggio, formando il cortile d’onore.

    Sulla sommità della cupola del corpo centrale spicca un grande cervo in bronzo, del Ladatte: è una copia che ha sostituito l’originale del 1766 recentemente restaurato ed esposto nell’interno della Palazzina.

    Sorge secondo il desiderio di Vittorio Amedeo II ed è costruita dall’ordine Mauriziano, su progetto di Filippo Juvarra.

    Gli interni, che accolgono gli appartamenti reali, sono decorati con begli affreschi rappresentanti soggetti di caccia. Le volte della stanza del re sono opera dei fratelli Valeriani nel 1732, invece le volte della stanza della regina sono un capolavoro di Gian Battista Crosato. Tutto l’insieme è costituito da lineamenti del tardobarocco con qualche accenno al rococò, con arredo di alto valore artistico, testimonianza della vita di corte, con riferimenti all’arte venatoria. Sono da ammirare mobili del Piffetti, pregevoli per gli intarsi preziosi di legni diversi, madreperla, avorio.

    La Palazzina è sede permanente del Museo del Mobile Settecentesco e ospita, saltuariamente, raffinate mostre d’arte.


1° Itinerario
2° Itinerario
3° Itinerario

     Mirò

Questi itinerari mi sono stati consegnati tempo fa e mi spiace di non poter dare i giusti crediti ai creatori di queste guide veramente ben fatte.

1 commento:

Mirò ha detto...

Un commento di "Anonimo" è stato eliminato in quanto non inerente al contenuto del post.

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