mercoledì 23 novembre 2011

Piccola Storia del Piemonte 52/58 - Lo stato sabaudo verso il Risorgimento

Piccola Storia del Piemonte, Capitolo 52 , Lo stato sabaudo verso il Risorgimento

Sconfitto Napoleone e l'Impero francese, l'Europa tenta di ristabilire la situazione precedente la rivoluzione. I Savoia, con Vittorio Emanuele I, riprendono possesso del loro stato. Il re entra a Torino  il 20 maggio 1814. A seguito del congresso di Vienna i territori del Regno di Sardegna vengono ampliati della Liguria, per altro per nulla entusiasta dei Savoia, anzi, piuttosto ostile.

Lo stato comprende il Piemonte, la Valle d'Aosta, la Liguria, la Sardegna, la Savoia francese ed il territorio di Nizza con la valle del Roya. Il Piemonte si trova ad essere lo stato cuscinetto tra Austria e Francia. L'Austria mira a rafforzare la sua posizione in Italia, mentre Inghilterra e Russia vedono di buon occhio uno stato Sabaudo sufficientemente forte e non sotto l'influenza austriaca.

La politica estera di Vittorio Emanuele I va in questo senso, e dunque è inevitabile l'attrito con l'Austria, anzi, risulta subito chiaro che Austria e Piemonte hanno fortissimi motivi di tensione nel nuovo assetto europeo, con l'Austria che controlla direttamente Lombardia e Veneto.

Sacra S. MicheleIn politica interna Vittorio Emanuele I tende ad una restaurazione pesante, abolendo tutte le leggi e la riforme francesi. Pensa che rivoluzione e Napoleone possano essere cancellati con un colpo di spugna. Convinto assolutista, non è incline ad alcun elemento di liberalismo. Lo stato si trova subito arretrato, con una classe dirigente fatta di nobili "tolti dalla naftalina".

Nobili che avevano seguito il Re o che si erano isolati dalla vita sociale, non compromessi con i Francesi, ma al di fuori dei progressi fatti in tutti i campi. Queste sono le credenziali e l'unico merito considerato per ottenere gli incarichi nelle gerarchie dello stato. Così ai vertici si trovano elementi incapaci spesso non solo di idee nuove, ma semplicemente di idee.

Non ci si rende conto che la rivoluzione è stata prodotta da tensioni sociali che hanno riguardato e riguardano anche il Piemonte. Burocrazia e limitazioni legislative rallentano lo sviluppo, l'epurazione dei personaggi filofrancesi ha provocato notevoli danni aprendo vuoti, in particolare, nella cultura. Le disposizioni di polizia e la censura sono particolarmente opprimenti. La legislazione e gli ordinamenti piemontesi finiscono presto per essere i più arretrati d'Europa. Si giunge a chiudere la strada nuova del Moncenisio perchè costruita dai Francesi, e si riprende ad usare quella, malagevole, che passa dalla Novalesa.

Qualche concessione deve essere fatta quando si tratta di ricostruire l'esercito. I fedelissimi che hanno seguito il Re non hanno mai comandato soldati, ed oltre a non avere esperienza sono di solito già vecchi per il compito. Gli ufficiali che hanno servito sotto Napoleone, oltre che essere visti con sospetto, sono accettati con gradi molto inferiori a quelli coperti in precedenza.

Ma le idee liberali cominciano a circolare, tra intellettuali, alti gradi dell'esercito, famiglie borghesi ed industriali. Si avverte la difficoltà di operare in uno stato "opprimente, zotico e sospettoso", ma poiché le associazioni politiche sono vietate, prendono corpo le organizzazioni segrete, che a seconda dei casi sono di tipo massonico o di tipo carbonaro. Fra i dissidenti vi sono persone anche nobili, amici personali del Principe di Savoia-Carignano Carlo Alberto.

Si progetta una insurrezione che costringa il Re a concedere la Costituzione ed a scendere in guerra contro l'Austria per liberare la Lombardia. Appare chiaro, infatti, che qualunque progetto che porti ad un sistema liberale o democratico deve prevedere una unione o federazione italiana a partire da una monarchia costituzionale. Nella situazione italiana questa monarchia può essere soltanto quella sabauda, che ha un certo peso internazionale e che è in grado di affrontare anche militarmente l'Austria in Italia.

L'Austria controlla direttamente l'Italia Nord-Orientale ed interferisce con buona parte dei governi degli altri stati italiani. Il primo passo dei liberali è dunque verso l'ottenimento di una Costituzione in Piemonte. In questo senso i liberali puntano sul Principe di Savoia-Carignano (ramo cadetto a cui apparteneva anche il principe Eugenio di cui si è detto a proposito dell'assedio di Torino), che per la mancanza di discendenza maschile di Vittorio Emanuele I e di suo fratello Carlo Felice, è l'erede al trono. Per le vicende della sua famiglia e per educazione Carlo Alberto è di idee alquanto liberali, e per questo mal visto dal Re.

Nel 1820 l'insurrezione a Napoli ha successo e anche in Spagna si è giunti ad una costituzione, Carlo Alberto sembra appoggiare coloro che in Piemonte si stanno organizzando (Santorre di Santarosa) per ottenere la costituzione, sebbene vi siano contrasti fra chi pensa ad un sistema piuttosto democratico (una camera eletta dal popolo) e chi ad un sistema con democrazia molto più limitata (due camere di cui una eletta a suffragio ristretto ed una di nomina regia). Anche ai liberali, un sistema orientato in senso chiaramente democratico fa paura.

A seguito di incidenti tra polizia e studenti, nel 1821 prende vita un moto rivoluzionario che coinvolge parte dell'esercito, chiedendo una Costituzione. Vittorio Emanuele I non è il Re che può fare questo passaggio in senso liberale. Non è preparato di fronte al nuovo atteggiamento che coinvolge uomini influenti, alcuni nobili e soprattutto lo stesso esercito. Abdica in favore del fratello Carlo Felice, ancora più reazionario di lui. Poiché Carlo Felice non è a Torino, reggente del regno è Carlo Alberto, solo ventenne. Carlo Alberto si muove in senso liberale, ma ambiguo, promulga una Costituzione, ma Carlo Felice lo esonera dalla reggenza ed assume i poteri. Abolisce quanto fatto da Carlo Alberto, che spedisce a Firenze, e con l'aiuto austriaco elimina l'insurrezione.

Per dieci anni il Regno di Sardegna avrà un governo ottuso, chiuso a qualunque innovazione in campo politico-istituzionale, e che si legherà sempre più all'Austria. Il non potersi fidare dell'esercito è la cosa che preoccupa particolarmente il Re, che dunque ne riduce l'organico e mette sotto sorveglianza gli ufficiali. Si appoggia sempre di più agli ecclesiastici per l'insegnamento, non fidandosi più degli intellettuali laici, ed affida ai Vescovi la supervisione dell'istruzione elementare e media.

Se dal punto di vista istituzionale Carlo Felice è la negazione di ogni accenno liberale, tuttavia attua delle buone riforme. Istituisce in ogni comune una scuola gratuita per gli allievi, alla quale possono accedere anche le donne. Sotto il suo regno nasce a Torino il Museo Egizio. Realizza opere in città (quali Piazza Carlo Felice). Viene eliminato il Ministero di Polizia e le competenze passano al Ministero dell'Interno. Attua qualche riforma in campo giudiziario e ridefinisce e limita i compiti dei Carabinieri. Non ostacola la ripresa economica ed industriale che caratterizza quel tempo.

Alla morte di Carlo Felice, nel 1831, Carlo Alberto inizia effettivamente il suo regno, fatto comunque di molte ambiguità ed incertezze. Non è incline ad accettare l'idea di società segrete, pensa ad una monarchia assoluta ma non dispotica. Non ha simpatie per l'Austria. Reprime decisamente moti rivoluzionari che stanno acquistando, con Mazzini, un carattere repubblicano (1831 e 1833).

Il poeta in lingua piemontese, l'avvocato Angelo Brofferio (di cui diremo in letteratura) pubblica satire contro i nobili ed è arrestato. In quel periodo Cesare Balbo afferma che il Piemontese è "il dialetto" meno italiano di tutti, mentre qualcuno osserva che ormai molti commercianti ed artigiani sono in grado di parlare e scrivere in Italiano, sebbene in modo non grammaticalmente corretto, ma comunque comprensibile, mentre qualche patriota afferma che "prima o poi anche i Piemontesi dovranno convincersi che sono italiani e non francesi". Dal canto loro la grande maggioranza dei Piemontesi non si sente né italiana né francese, ma giusto piemontese. I nobili, per affermare il loro livello, parlano francese oppure piemontese, ma non l'italiano.

Un po' alla volta Carlo Alberto riconsidera le idee liberali, e l'idea di una Italia sotto la guida dei Savoia e del Piemonte. Si sta sfaldando l'ideale rivoluzionario repubblicano del Mazzini, sostituito da un movimento più moderato che punta sui Savoia per lo stabilimento di uno stato liberale, in espansione verso l'Italia, ai danni dell'Austria. In effetti le idee di unificazione dell'Italia non sono parte delle preoccupazioni della maggioranza della gente comune, che non conosce i motivi del fermento rivoluzionario che agita gli intellettuali o degli interessi che preoccupano imprenditori e finanzieri, e che di queste cose non si occupa.

Questa gente, in teoria, potrebbe supportare l'idea di una Repubblica, ma in Piemonte la gente comune, in particolare nelle campagne, è piuttosto legata alla Monarchia, mentre un movimento operaio organizzato non esiste ancora, quantunque comincino ad esservene le premesse.

Una svolta si ha con l'elezione a Roma di papa Pio IX, nel 1846. Il Papa fa qualche riforma in senso liberale, e suscita entusiasmi. Carlo Alberto è dapprima preoccupato, in quanto sempre più insistentemente gli si chiede di seguire l'esempio del Papa. Quando sorge una contesa tra Papa ed Austria circa la città di Ferrara, Carlo Alberto appoggia il Papa (l'Austria è sempre un problema per il Piemonte, indipendentemente da idee liberali o meno). Inizia una apertura liberale, negli anni 1847, 1848, anche per l'influenza di Massimo d'Azeglio e Cesare Balbo.

Il 4 marzo 1848 viene emanato lo Statuto. Carlo Alberto si è convinto che è meglio che questo appaia una concessione, prima che vi sia una imposizione che arriva dai disordini di piazza. Spera che così la situazione non sfugga di mano.

Con l'emanazione dello Statuto avviene, in ogni caso, il passaggio ad una monarchia costituzionale, sebbene a democrazia molto limitata (il diritto di voto per il parlamento è esteso a meno del 2% della popolazione, ed arriva intorno al 5% per le amministrazioni locali), primo scalino del progetto di ricostruzione dell'Italia. La seconda fase prevede la graduale riduzione dell'occupazione austrica dell'Italia.

Nel marzo del 1848 si verificano varie insurrezioni (Vienna, Milano, Venezia, Palermo). Carlo Alberto è preso alla sprovvista. Manca anche una linea guida unica, in quanto c'è chi vede un intervento a vantaggio dell'Italia e chi suppone solo una espansione piemontese. Carlo Alberto mira essenzialmente ad espandere il Piemonte fino a Milano. La guerra viene decisa precipitosamente, ma l'esercito non è pronto. I Lombardi preferiscono continuare discussioni e dimostrazioni, ma non si arruolano.

I successi degli insorti di Milano non sono subito sfruttati. La campagna viene condotta con estrema indecisione a causa di problemi politici, della paura di spinte repubblicane che potrebbero diventare eccessive, del cambiamento di atteggiamento del Pontefice, che pareva appoggiare l'idea di una federazione di stati italiani, ma che poi si svincola dalla susseguente azione. Il successo militare, che sarebbe a portata di mano e che avrebbe posto anche le premesse per la soluzione dei problemi politici (è sempre stato più facile far valere le proprie ragioni da vincitore che da vinto), viene lasciato sfuggire dall'incertezza e dalla mancanza di precisi piani militari, dalla mancanza di chiari obbiettivi.

Mentre un proclama asserisce che l'entrata in guerra porta aiuto agli insorti, ufficialmente si comunica agli ambasciatori che l'entrata in guerra è giustificata dall'impedire che la rivoluzione si propaghi in Italia. Intanto a Milano e Venezia non sono pochi quelli che non intendono fondersi con il Regno di Sardegna e dunque non intendono appoggiare le mire di Carlo Alberto, visto non come liberatore ma come invasore.

Si giunge comunque ad una affrettata annessione, e c'è già chi pensa (milanesi) di trasferire la capitale da Torino a Milano. A tutto questo, dopo i primi successi, segue una pesante sconfitta militare. Dopo momenti di grande confusione politica la guerra riprende, ma termina, peggio che nella prima fase, in una disfatta. Anche Carlo Alberto, dopo questo fallimento, abdica e parte per l'esilio. Il Regno di Sardegna si trova a subire il peso di una brutta sconfitta.

Mentre nel resto d'Italia solo una piccola minoranza di persone si occupa di idee risorgimentali, in Piemonte le cose sono diverse. Una guerra investe tutta la popolazione, dai soldati di leva che la devono fare, fino alle limitazioni imposte in tutti i settori di attività dall'economia di guerra. Una sconfitta, poi, viene sempre pagata da tutti, e le classi più deboli finiscono per averne il maggior peso. In Piemonte dunque la situazione ed i suoi motivi sono discussi da tutti, dal parlamento fino alle osterie dove la domenica sera si trovano gli operai di Torino a farsi un bicchiere di barbera e una partita a carte. L'umore della gente non è favorevole alla guerra.




    Mirò


Tutti i link ai capitoli si trovano nel post alla Piccola Storia del Piemonte

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