mercoledì 6 ottobre 2010

Storia del sindacato in Piemonte 4/9 – Prima guerra mondiale e dopoguerra

Storia del Sindacato Piemontese - Prima guerra mondiale e dopoguerra

Nell'autunno del 1915 inizia la militarizzazione delle industrie interessate allo sforzo bellico che, nel 1918 arriva ad interessare in Piemonte 371 stabilimenti in prevalenza metalmeccanici e dislocati nell'area torinese. Buona parte del sistema industriale piemontese è così dichiarato "ausiliario" e sottoposto al controllo del Comitato della mobilitazione industriale.
La condizione di ausiliarietà comporta, tra l'altro, la sottomissione delle maestranze alla giurisdizione militare, la sospensione dei contratti di lavoro in vigore e il divieto di sciopero.

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Questi vincoli limitano drasticamente, ma non eliminano del tutto, la tutela sindacale: in particolare in Piemonte essa continua a esercitarsi con qualche efficacia grazie all'attività informale delle commissioni interne delle aziende e all'opera dei rappresentanti operai nel comitato regionale.
I problemi più pressanti della popolazione lavoratrice - il regime coercitivo nelle fabbriche e l'erosione dei salari causata dall'inflazione - ne risultano attenuati ma non rimossi.

Quando ad essi si aggiunge, come accade a Torino nell'agosto 1917, una prolungata mancanza della farina per la panificazione, la protesta popolare esplode con violenza,
provocando incidenti che costano la vita a 7 manifestanti.

image Le tensioni represse nel corso del conflitto avrebbero pesantemente influenzato il clima degli anni postbellici, dando origine a una stagione di lotte operaie ricordata dagli storici come il "biennio rosso" (1919-1920

Alla base, accanto a rivendicazioni di carattere tipicamente sindacale (aumento dei salari, diminuzione degli orari di lavoro ecc.), vi sono le spinte favorevoli a un diverso ordine sociale che si sono diffuse in tutta Europa prendendo a riferimento l'esperienza della rivoluzione bolscevica.

Antonio Gramsci (1891-1937). Fonte: www.storiaxxisecolo.it

Sono proprio le suggestioni evocate dall'esempio dei soviet russi a fornire lo spunto ad Antonio Gramsci e al gruppo raccolto attorno alla rivista torinese "L’ordine nuovo" per elaborare un progetto di democrazia diretta:
nella visione gramsciana i "Consigli di fabbrica" e i "Commissari di reparto", organi rappresentativi delle maestranze, rappresentano il modello del nuovo stato proletario e al tempo stesso la sua cellula elementare.

Anche in questa circostanza Torino si dimostra un terreno favorevole alla sperimentazione del nuovo.

In questo periodo la città supera il mezzo milione di abitanti tra i quali gli appartenenti alla classe operaia assommano a oltre 150 mila: una crescita notevole alla quale contribuiscono in modo particolare le donne e i lavoratori privi di qualifica.
Molto diversa rispetto all'anteguerra appare anche la struttura dell’industria, sollecitata dall'esperienza bellica ad una crescita dimensionale associata all'introduzione della produzione di serie.

Linea di montaggio della Fiat 509 (1926). Fonte: Archivio Storico Fiat, Torino.

Protagonista principale di queste trasformazioni è la Fiat che, salita dal 30° al 3° posto nella graduatoria delle imprese italiane, è in procinto di realizzare l'impianto del Lingotto, primo esempio di fabbrica taylorista in Italia.

Sono proprio i lavoratori di una sezione del gruppo, la "Fiat Centro", a eleggere nel settembre 1919 il primo consiglio di fabbrica, avviando un processo che nelle settimane seguenti coinvolgerà le maestranze di un'ottantina di aziende torinesi, in prevalenza appartenenti al settore meccanico.

Sommandosi alle forti tensioni che agitano da tempo il clima sociale, l'attività dei consigli contribuisce ad alimentare l'indisciplina che è diffusa in molte officine e che indurrà il dirigente confindustriale Gino Olivetti a denunciare l'inconciliabile presenza di due poteri all'interno dei luoghi di lavoro.

Preceduto da un ciclo pressoché ininterrotto di agitazioni che colpiscono i centri nevralgici del sistema industriale del Paese, il conflitto tra imprenditori e sindacati culmina nella vertenza nazionale dei metalmeccanici dell'autunno 1920.

Attestato di partecipazione allo sciopero dei ferrovieri del gennaio 1920 a Bologna. fonte: www.cgiltoscana.it

Nella fase finale il conflitto è caratterizzato da una serrata delle aziende, alla quale i lavoratori reagiscono occupando i principali stabilimenti del triangolo industriale.
L'agitazione vede impegnati oltre 100 mila lavoratori torinesi mentre in alcune officine - raccogliendo gli appelli degli ordinovisti - i consigli e i commissari di reparto tentano, con modesto successo, di avviare forme di gestione diretta della produzione.

Dopo aver lasciato intravedere per un breve momento un possibile sbocco rivoluzionario, il conflitto viene composto grazie all'intervento del presidente del consiglio Giovanni Giolitti.

Si raggiunge una mediazione, che sotto le apparenze di una vittoria operaia (viene accettato il principio del "controllo sindacale" sulle aziende ma se ne affida la messa in atto a una commissione paritetica che non avrebbe mai ultimato i suoi lavori), riconsegna le officine ai loro proprietari e avvia un ritorno alla normalità che si sarebbe accelerato e consolidato grazie alla crisi economica sopraggiunta l'anno seguente.

 

Fonte: Storia e Cultura dell’Industria

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